Festa della Repubblica

Il monito del Presidente della Repubblica al rispetto delle Istituzioni

 

Ad immediato ridosso della Festa della Repubblica, la vita delle Istituzioni italiane ha conosciuto alcuni “fatti nuovi”. Gli analisti ci confermano l’assenza, nella storia repubblicana, di precedenti ad essi in qualche modo paragonabili o assimilabili.  Senza alcuna pretesa axiologica[1], e, dunque, senza nessuna pretesa di qualificarli come veri/falsi o giusti/sbagliati, ci limitiamo a registrarli.

1. Innanzitutto, è accaduto, per la prima volta, che la futura azione di un Governo – prima in pectore e, poi, effettivamente nominato dal Presidente della Repubblica –  risulti retta da un “contratto”. Sia chiaro, anche per il passato i programmi dei Governi nominandi costituivano l’esito di “intese” ed “accordi” fra le forze politiche e partitiche, specie quando il risultato della competizione elettorale non avesse, con la doverosa nettezza, decretato la vittoria di un/una partito/coalizione di partiti. Il “contratto” di governo – sia non meno chiaro – non ha alcun valore giuridico, né tra le parti né verso terzi. Non è in alcun modo giustiziabile. Il passaggio “semantico”, tuttavia, dai  classici “accordi/intese” al “contratto” disvela un significato politico di forte impatto “evocativo”[2]. Si utilizzerebbe, in sintesi, uno strumento atto a cristallizzare semel pro semper ciò che si andrà a fare, onde ciascun contraente dovrà dirsi avvertito della responsabilità politica che, con la sua “stipula”, assume. Si tratta, insomma, di qualcosa che ha bensì ascendenze nel fortunato (sotto il profilo elettorale) contratto con gli italiani di berlusconiana memoria; ma che, allo stesso, tempo non vi è sovrapponibile. Ciò perché, tra l’altro, solo nel primo caso (e non nel secondo), l’altro contraente non accetta gli impegni unilateralmente assunti dall’uno (come accadde nel “contratto con gli Italiani”); ancora, l’altra parte (in questo caso, il movimento pentastellato ovvero la Lega) non risulta “soggettivamente complessa” (gli “italiani”, appunto), essendo tale parte, per contro, una e ben determinata.

2. Un ulteriore fatto, degno di notazione, va individuato nel diniego espresso dal Presidente della Repubblica alla nomina a Ministro dell’Economia e Finanze del Prof. Paolo Savona. Qui il tratto di novità non sta tanto nella circostanza che il Presidente della Repubblica abbia rifiutato la proposta di nomina formulata dal Presidente del Consiglio incaricato. Un potere siffatto trova ampia legittimazione nell’art. 92 co. 2 Cost. e la storia delle Istituzioni Repubblicane ci consegna diversi episodi in cui il Capo dello Stato ha esercitato il potere de quo. Il tema, invece, sarà piuttosto interrogarsi se le motivazioni addotte a fondamento del diniego[3] debordino o meno dal perimetro costituzionale in cui legittimamente un tale diniego possa darsi. La questione in esame, che ormai è politicamente recessiva in ragione della costituzione e del giuramento del Governo Conte (bis), alimenterà – vi è da giurarci – la discussione in seno alla dottrina costituzionalistica, sebbene la grandissima parte di essa – ci pare – sia dell’avviso che, anche nello specifico, il rispetto della Carta Costituzionale vada considerato pacifico.

3. La nostra storia Repubblicana ricorda complessivamente quattro casi[4] in cui il Presidente della Repubblica è stato “minacciato di” ovvero “assoggettato a” messa in stato di accusa. Mai, peraltro, si è addivenuti ad una pronunzia del Giudice costituzionale sul punto. Quello che di nuovo riscontriamo, nelle recenti vicende istituzionali e politiche, è che, per la prima volta, l’impeachment è questione che nasce e muore nel giro di un paio di giorni e che si sviluppa, nel brevissimo lasso temporale di sua pseudo-esistenza, completamente fuori dal Parlamento, anzi si consuma nelle Piazze. Ciò dimostra, almeno, come  il proclama di messa in stato d’accusa non sia stato alimentato da quella profonda e propedeutica riflessione che la prassi costituzionale ci ha sempre dimostrato, configurandosi, piuttosto, come espressione dell’emotività del momento.

4. Gli accadimenti sopra descritti – senz’altro incidenti sul piano del garbo che informa le relazioni istituzionali – si verificano, come detto, a ridosso della Festa della Repubblica, caricandola di un significato simbolico che è bene sottolineare in quanto misura della maturità e della capacità di tenuta delle stesse Istituzioni Repubblicane. A ricordarci tale vero significato è proprio il Capo dello Stato[5]. La Festa della Repubblica, che si celebra nel giorno (il 2 giugno) in cui  ebbe a svolgersi il referendum istituzionale del 1946, è infatti l’occasione “di una rinnovata condivisione dei principi e degli ideali repubblicani”; il momento in cui si “rinnovano i valori di libertà, democrazia e solidarietà cui si ispira la Repubblica”; il giorno in cui si ribadisce “a vecchie e nuove generazioni il significato di essere parte di una comunità”; l’evento atto a rammentare che “tensioni e prove trovano nel quadro delle istituzioni repubblicane piena possibilità di espressione e composizione, in una nazione unita e solidale”; la circostanza che ci invita a rinnovare l’impegno civile volto ad arrestare “con fermezza ogni rischio di regressione civile in questa nostra Italia e in questa nostra Europa, affermando un costume di reciproco rispetto, mettendo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo dei nostri concittadini”. L’invito del Presidente della Repubblica va pienamente sottoscritto. Esso, in prospettiva marcatamente giuridica, si completa considerando che la Festa della Repubblica integra l’occasione di sperimentare e fortificare anche gli irrinunciabili valori di unità giuridica ed economica della Repubblica: valori che, ove più spesso tenuti a mente, senz’altro riporterebbero le dinamiche politiche-istituzionali nell’alveo del garbo che l’essere parte di comunità impone a tutti.

Avv. Raimondo Nocerino

[1] L’axiologia, nella prospettiva qui predicata (L. Capozzi, Temporalità e Norma, Napoli, 2000; Id., Le ek-stàsi del fare, Napoli, Vol. I, 1997), indica il sistema dei valori.

[2] F. Pinto, Politica e contratti: una anomalia italiana, in www.Federalismi.it, n. 11/2018.

[3] Cfr. La “dichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine del colloquio con il professor Giuseppe Conte” del 27.05.2018, reperibile al seguente link:  http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=833.

[4] http://www.repubblica.it/politica/2018/05/28/news/impeachment_i_precedenti_di_leone_e_cossiga-197545821/?refresh_ce

[5] Cfr. il “Messaggio del Presidente Mattarella ai Prefetti in occasione della ricorrenza della Festa della Repubblica” dell’01.06.2018, reperibile al seguenti link http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&key=3929

Raimondo Nocerino, classe 1976, si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli
Federico II nel 2000 con lode, maturando esperienze di studio in Spagna.

Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Diritti dell’Uomo presso l’Ateneo Federiciano nel marzo 2006 e presso la stessa Università, nel2012, il diploma di perfezionamento in “Diritto dell’unione Europea: la tutela dei diritti”.

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